Riforma sospesa fino ad inizio 2018: la Popolare di Bari vuole la trasformazione in spa

di Gianni Puglisi Commenta

 

Dodici mesi di continui rinvii aspettando che arrivi finalmente la decisione della Corte, che ormai è prevista per gennaio- febbraio del 2018. La riforma che porterà alla trasformazione in società per azioni delle banche popolari che hanno un patrimonio che supera gli 8 miliardi è stata una delle principali battaglie del governo Renzi, ma è rimasta al palo perché è stato sollevato un problema di costituzionalità. Quindi, la situazione è in stand-by solamente per le Popolari di Sondrio e di Bari, che non hanno ancora provveduto ad allinearsi alla riforma e hanno approcciato in modo differente questo periodo di attesa.

Una situazione che va a bloccare anche i piccoli soci, ovvero chi avrebbe intenzione di vendere e sfruttare il proprio diritto di recesso nel momento in cui la banca popolare subirà la trasformazione in Spa. Stando alla riforma, il diritto al rimborso delle azioni può essere soggetto a limitazioni e, in alcuni casi, pure escluso. I soci della Banca Popolare di Bari, nel 2016, hanno visto il titolo svalutarsi da 9,53 a 7,50 euro, con un ribasso che è arrivato a 6,60, con un calo di circa il 12%, che rappresenta anche il tetto massimo di scostamento permesso nelle oscillazioni. Il Gruppo Popolare di Bari, guidato da Marco Jacobini, ha evidenziato più volte l’esigenza di sottoporsi alla trasformazione in Spa e sta organizzando il passaggio del famoso istituto a gestione familiare, attraverso un rilancio che passerà per forza di cose dal mercato.

Un traghettamento che è iniziato dall’intesa con Cerved legata alla gestione delle sofferenze e delle inadempienze probabili, ma che si è espresso anche nel primo atto della banca sui mercati capitali, con la cartolarizzazione dei mutui ipotecari residenziali, posta nelle mani esperte della JP Morgan.

Una situazione incerta che di fatto blocca anche gli investitori: a Sondrio, il fondo Amber, ha già depositato due atti di intervento al CdS e alla Corte Costituzionale, criticando aspramente la decisione dei soci storici di seguire una politica troppo conservatrice, ma anche il caos legato alla sospensione del diritto di recesso.

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