Le parti essenziali del manifesto degli architetti

di Alba D'Alberto Commenta

Il Consiglio Nazionale che riunisce architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori (CNAPPC) ha pubblicato un manifesto, che dovrebbe essere il frutto di una serie di riflessioni sull’attualità italiana del nostro territorio e delle costruzioni.Siccome sul sito ufficiale del consiglio nazionale non è riportato alcun documento, dobbiamo affidarci alla ricostruzione e alle indicazioni che  di questo documento fa Immobiliare.it. Ecco cosa scrive:

Il ragionamento alla base dei dieci punti-proposte affonda le radici nel bisogno di avere una burocrazia e una prassi più snella nella progettazione e nella necessità di evitare un eccessivo sfruttamento del suolo. Gli architetti italiani invocano nuove norme, sulla scia dell’ammissione di Renzi di voler puntare sulla casa per le sue riforme, nel rispetto della legalità.

Il primo punto del Manifesto per il governo del territorio promuove la costruzione di aree urbane vivibili e sostenibili anziché di quartieri “periferici” considerati come dormitori. Nella fase di progettazione, continuano gli architetti, è giusto coinvolgere i cittadini, sentire la loro voce e dare ascolto alle loro esigenze. Pensare quindi a costruire per vivere bene. Uno dei punti più importanti del documento è quello che riguarda il consumo del suolo: bisogna cercare di ridurlo ai minimi termini, visti anche i recenti disastri idrogeologici e, piuttosto che edificare ancora, bisogna pensare a riqualificare e recuperare il patrimonio già in essere e troppo spesso in disuso.

I progetti dovrebbero essere pensati in positivo, e non per divieti come avviene oggi. Nel Manifesto si chiede la stesura di un regolamento edilizio nazionale che possa snellire le procedure, ovviamente nel rispetto della legge e combattendo l’abusivismo. In questo senso è bene che dal piano nazionale, le politiche vengano poi localizzate per studiare una strategia adeguata ai singoli territori, così variegati nel nostro Paese. Gli architetti non mancano di chiedere anche una legge nazionale che regoli la loro professione, sia come riconoscimento legale che per promuovere la trasparenza in fase di assunzione.

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